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artwork Alberto Sarti
www.albertosarti.tk

 

 

libri
Memorie di un casamento ferroviere del '66

FIRENZE – “Novembre riverberava senza pari alle Cascine e le settimane di pioggia battezzavano tutti coloro che in piazza Puccini erano nati e vissuti e stavano e rimanevano impotenti e speranzosi cercando di guardare sopra il coperchio dell’ombrello (…)” Inizia con queste parole una lunga poesia –o se si preferisce un poema breve- scritto da Marco Simonelli, intitolato “Memorie di un casamento ferroviere del ‘66”, edito da Florece Art Edizioni (lire 10.000). Classe 1979, Simonelli è nato a Firenze e ha esordito nella narrativa con una raccolta di racconti “Sette scheletri nell’armadio” nel 1994. In questo piccolo libro, traboccante di umanità vissuta, l’autore racconta la “favola tragica” dell’alluvione del 1996, filtrata attraverso il racconto dei genitori, degli amici, dei conoscenti fin dentro ai minimi particolari. Ci sono i protagonisti del casamento: la Maffei, la Giuliana, la Tiziana, la nonna, Fabrizio, Luigi. Che si incontrano nella storia dell’alluvione e al loro epilogo, oggi, quando tutto è passato. “La Tiziana e Fabrizio si sono sposati e hanno avuto due figli, un cane e un nipotino”. Una lunga poesia per l’Arno e ciò che combinò nel ricordo di un bambino che non era nato.

 

Titti Giuliani Foti, "Un poema per l'alluvione"

La Nazione 31/10/1998

 

 

 

 

 

 

 

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Marco Simonelli

MEMORIE DI UN CASAMENTO FERROVIERE DEL '66

Edizioni Florence Art

Firenze, 1998


 

Notturno per grondaia e fili della luce

notturnopergrondaiaDi quest'opera poetica di Marco Simonelli sono da rilevare alcune peculiarità che incuriosiscono più del solito: l'età dell'autore, il titulus che il faber sceglie pro opera sua e che come clavis preziosa ci offre il DNA testuale, l'humus culturale che nutre e metamorfizza la composizione scrittoria come una marca genetica. Nella lingua latina, madre etimologica da consultare sempre, titulus ha anche il significato di indizio ed è indubbio che per gustare il sapore di questa poesia l'avantesto che si esplica nello strano alessandrino della copertina sia un incipit importante. Inoltre Marco Simonelli, che è nato nel Luglio 1979, ci offre l'opportunità di esplorare le risorse e la voce della poesia più giovane. La poesia non è semplicemente il frutto della penna (o tastiera) di chi si presta a questa funzione, ma diviene la voce di tutte le suggestioni che si incrociano in un animo, diventando quindi, con qualche sfumatura marxiana, espressione del proprio tempo e non solo di un singolo. La parola notturno rimanda all'universo musicale di Chopin, invitandoci verso una composizione dolce ma circoscritta in un tempus avvolto da un colore predominante: il nero; e la grondaia, elemento quanto mai correlato ad una geografia suburbana, diventa lo strumento di una poesia senza più mezzi aulici ma giocata su minimali occasioni e nutrita di sensazioni pur sempre forti. Su una delle guardie del libro vengono citati infatti alcuni versi di Vladimir Majakovskij dove compaiono i lemmi notturno e grondaie, ma il "flauto" diviene i "fili della luce" con evidente richiamo fonico e con distacco storico. È da rilevare l'evocazione semantica della sottigliezza, quindi della fragilità, nella parola filo. Majakovskij, scelto come ouverture della raccolta, è stato per l'appunto un uomo di parole gridate e fragili, rivoltando poi contro se stesso la difficoltà del suo equilibrio con un gesto wertheriano. La prima delle poesie presenti dice infatti: "so suonare il marciapiede" (pag. 9); ed è questo senso in qualche modo di impotente potenza che lo porta a recitare qualche verso dopo, in un altro componimento: "La città ha bisogno di me / eppure storce la bocca / ingrata" (pag.10), sentendosi [il soggetto delle forme verbali implicite è lo stesso della frase: dunque qui è senso soggetto di sentendosi] dunque portatore di una verità maledetta, come Baudelaire in una annoiata Parigi dove "qualcuno [...]si senta in dovere di / chiamarci matti" (ibidem). Ma il giovane autore, contrariamente alla maschera/personaggio/poeta non accetta questo diktat cercando invece di costruire un'identità meno soggetta ora ad un crudo imborghesimento ora ad una cadenza decadente in cui si rintraccia proprio lo stigma borghese: la pazzia. Si cerca quindi attraverso la scrittura di "non spezzare / i fili", lemma ancora una volta presente addirittura in un evocante enjambement, mentre risulta evidente l'identikit "standardizzato" del "cittadino stilizzato stereotipato" (pag 13). E poco dopo torna di nuovo "il filo che regge la gabbietta" (pag. 16) e gli "operai" che "ristutturano le visioni" (pag. 18) in una libertà cercata e sentita come salvifica ma impossibile da raggiungere con facili alchimie; dice: "le stelle vanno lasciate stare" (pag. 13), evidenziando un agnosticismo che sostituisce dunque "al fare il dire" (pag. 24) in quella che il poeta circoscrive come una "missione di segno" (pag. 21) a cui si rassegna con una preghiera sottile come un filo di voce ("trattatemi bene come una creatura di vetro o di cristallo"): infatti anche la notte, a suo modo, è fragile.


Eleonora Pinzuti, apparsa su Semicerchio e Nuovo Rinascimento

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Simonelli

 

 

NOTTURNO PER GRONDAIA E FILI DELLA LUCE

Edizioni Gazebo

Firenze, 1999

 

Giorni Verdi

Giorni verdi, pubblicata da Lietocollelibri di Parè, è l'ultima raccolta poetica del fiorentino Marco Simonelli (classe 1979, traduttore di Kurt Cobain e Courtney Love). Si tratta di un libro "corale", che personifica la voce della giovinezza e dell'innocenza perduta. Un esempio. "Ore due, / a casa di amici / flashàti come pochi / (…) la vita è un pacco / senza mittente né destinatario / Riky non gliene frega niente / il futuro gli ha detto / che non sarebbe mai passato / Simo dopo la maturità andrà a fare il militare / perché ha voglia di spararsi al cuore / Barby appartiene al suo padrone / che gioca con lei, / la sua bambola preferita / Igor sarà presto padre forse / perché la Titti non sa se lo butterà / La donna di Luca piangerà / perché il baby beve e guida / corre come un pazzo / La Giò ha dei tagli orizzontali sui polsi / Flavio ha il sangue fatto di caffè / Dora pesa trenta chili e vomita / Sara ha trovato la donna dei suoi sogni / e il biondino che le va dietro maledice tutti e due / Tommy c'ha un trip che ti porta via / Alex (…) va ai concerti di Vasco / il grezzo osserva tutti con aria trova / Stefy svuota i portacenere da cicche e disperati / e s'addormenta alla luce del mattino".
Parlare di questo scrittore significa parlare della generazione contemporanea, che alcuni hanno via via definito "la nuova generazione di rivolta", o la "generazione in attesa" o la "generazione facile". Altrettanto "facile" è stato scambiare il suo modo di vita per una rivolta antiborghese o per un volgare edonismo e giudicare i giovani semplici epigoni della celebre "generazione perduta", cioè il gruppo di letterati americani che, nel primo dopoguerra, si rivoltò contro il costume vittoriano e il conformismo puritano, dando forma a una protesta che costituì le premesse per la narrativa moderna.
In realtà sembra che i giovani autori moderni non abbiano battaglie da combattere, né in sede pratica né estetica. Sembra che la loro battaglia li abbia sopraffatti su tutti i fronti, e che la rivolta di un tempo si riduca ad un laconico vuoto in cui la resistenza è unicamente passiva: è puro istinto di sopravvivenza nei figli, che "mangiano in silenzio la verdura di Chernobyl", negli artisti, che "celebrano i funerali della speranza".
Gli scrittori come Simonelli cantano la società anonima e "perbene", "elegante e ingentilita sotto un'aurea Zen", sono i "figli di petulanti unioni" che, maturati troppo in fretta da un'esistenza sempre più promiscua sono incapaci di credere, e alleviano la loro "vita da vomitare" in gazzarre e disordini. In Simonelli l'acidità non sembra effetto delle pasticche che i protagonisti si "calano" nel corpo: acida è l'atmosfera, il retrogusto amaro del tempo che scorrendo dissolve le speranze degli yuppies degli anni Ottanta e che nulla ha a che fare con la tradizione onirico-illuministica di Artur Rimbaud, o con l'idea di "viaggio" di Aldous Huxley, e che non trova nemmeno credito nelle canzoni di Jim Morrison. L'acidità dello sguardo e delle parole di oggi sta solamente in un brutale dissolvimento, in un comune desiderio di abbattimento dell'ecosistema emotivo e quotidiano dei rapporti umani, nel tentativo di disinfestare ogni traccia d'illusione.

Chiara Ronchini Corriere di Como - 09/01/2000

 

 

 

 

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Marco Simonelli

SESTO SEBASTIAN

Lietocolle

Como, 2004

 

 

Sesto Sebastian

Sul Sebastian di Marco Simonelli
di Massimo Sannelli

 

 

 

1. Prima di tutto, ma è una cosa ovvia, non bisogna identificare l'omosessualità personale con uno stile: il ritmo ossessivo, i calembours, i giochi di parole sono funzionali ad effetti della scrittura. Sebastiano è "l’emblema del giovane omosessuale incastrato in una cioraniana agonia estatica" (Marco Simonelli: www.ex04.splinder.it), ma è, prima di tutto, un emblema, appunto: una figura visibile (teatrale) a cui affidare una parlata. Il testo è teatrale: alla realizzazione in scena è affidato anche il compimento della sua critica, che ora si limita a leggere uno scritto. Lo scritto teatrale (la non-oralità) è il 'morto' di Carmelo Bene: la critica di questo cadavere non riesce a cogliere i tempi che potrebbe avere il corpo vivo-orale in teatro, e nella performance si vedrà quello che ora non si può leggere.

2. Il tema del Padre (Dio, Dio-cleziano) - che è anche amante - implica che la pronuncia di Sebastiano sia filiale, e forse da questa condizione dipende il tono manieristico-infantile, in cui le parole scorporano altre parole (Dio-Diocleziano-mano, ecc.). La lingua si rende non pratica e gratuita (da notare: un modo di parlare come questo riempie il tempo, come le parole inventate - neofonie, più che neologismi - di Artaud: il discorso è/ha una durata, alternativa a quella usuale). Chi parla in questo modo sta anche modificando e dilatando la corsa del tempo (o, nel caso di Sebastian, come in una pubblicità di qualche anno fa, ritarda la morte?).

3. Le parole omo-SESSUALITA' ed etero-SESSUALITA' sono aspre, nel loro riferimento alla FISICITA' come assoluto. Da una parte è vero che l'animale-uomo e l'animale-donna sono inscindibili da una natura sessuale; dall'altra, la moltiplicazione della sessualità rischia di soffocare la radice amorosa degli atti fisici. Il riferimento ebraico-cristiano è sullo sfondo ("questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa"; e con un archetipo neotestamentario del genere, unito a quello vetero- del Cantico, come si può offendere la sessualità dell'amore e l'amorevolezza della sessualità?). In Simonelli il pensiero cristiano è latente, ma non offeso (il dramma di Sebastian è ben poco parodico; e Maria, ad un certo punto, toglie la maschera: teatro nel teatro, a significare, per esempio, che non è la vera Maria, ma un'icona deformata e goliardica). Sebastian è meno equivoco di quanto un lettore che pre-giudica il testo come "omosessuale" si aspetterebbe: ad esempio, la sua "furibonda arringa" si conclude con versi che potrebbero appartenere ad Alda Merini, e che non sono parodici:

Credo in un solo addio
che faccia del mio corpo testamento
indizio del tormento dell’amore:
chi più ne dà, ne muore

4. La frase, che potrei dire e non dico, "sono eterosessuale" è imprecisa e volgare come la frase "sono omosessuale", che non potrei dire e non dico perché attualmente non ha una base biografica, né psicologica. Che un'inclinazione fisica sia superiore ai moti del cuore è un pericolo (l'amore è precedente: nessuno è estraneo da una latente bisessualità, che assume forme non fisiche); che un'inclinazione fisica si trasformi nell'assunzione di un ruolo, è peggio. La frase "[io] sono..." non è né innocua né banale, tenuto conto che è quella con cui JHWH si presenta a Mosè (Es., 3, 14). Solo chi non è nulla non ha ruoli, se non per convenzione sociale, e quindi è libero, dal punto di vista mistico. L'amore non è una convenzione, il sesso rischia di esserlo. Nella convenzione l'omo- è omo- per sempre, l'etero- è etero- per sempre; l'amore sembra un incidente, da nominare il meno possibile: la sua stessa presenza verbale è un "tormento".

5. Il libro, così allegramente manieristico, è notevole, e il suo manierismo (non trovo e non vedo ora una parola migliore) comporta una dose di potmodernismo e di autoironia che lo separa nettamente dal manierismo mortale dell'In vano di Enrica Salvaneschi, uscito contemporaneamente (Marsilio, 2004, nella collana diretta, non a caso, da Cesare Ruffato). Piuttosto, la scrittura di Simonelli si avvicina a quella del Sanguineti delle poesie d'occasione, dei sonetti acrostici, ecc., oppure delle ballate come quella delle donne o della guerra. In tempi di morte, il manierismo pop di Marco è un altro di quei segni e atti di resistenza che popolano sempre di più la lingua di chi ha trent'anni, all'incirca: nel senso di un resistere manieristicamente, più creando il nuovo che demistificando il vecchio (nonostante le apparenze; non c'è [stata] una generazione di giovani più collettivamente attenta ai valori [culturali, ecc.] di questa - e se li deride, ammesso che lo faccia, è perché li conosce). Esiste una generazione artistica colta, che ha riuscite sicure soprattutto in letteratura: e le tocca resistere, se perde l'equilibrio è la fine.

Massimo Sannelli in Sequenze

 


Per ulteriori informazioni, consultare la pagina SestoSebastian

 

 

 

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Marco Simonelli

SESTO SEBASTIAN

Lietocolle

Como, 2004

 

di marcosimonelli | 10/12/2005 17:04 | link

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di marcosimonelli | 10/12/2005 17:21 | link

di marcosimonelli | 10/12/2005 17:29 | link